Recensione di “Troppo amata”, romanzo di Elisabetta Barbera

Fedra, la protagonista di questo intenso romanzo, è una figura complessa e magnetica, costruita con una finezza psicologica che colpisce fin dalle prime pagine. È una donna che appare forte, determinata, capace di plasmare il proprio destino, eppure si scopre attraversata da una fragilità originaria che ne condiziona ogni gesto e ogni azione. Il suo fascino esotico, la sua carriera di attrice di successo, la sua sicurezza apparente non sono che la superficie brillante di una ferita mai rimarginata.

“Grazie al suo orgoglio e alla sua tenacia aveva continuato a sognare il meritato trionfo, a ogni costo, anche accontentandosi di entrare dalla porta secondaria.
Aveva anche imparato che se la tua pelle è scura devi combattere e dare di più degli altri perché al minimo errore avrebbe sempre incontrato qualcuno pronto a ferirla nei suoi punti più fragili.
Lo aveva accettato.
Era pronta.” (cit.)

Abbandonata nell’infanzia per cause che la lettura della storia svelerà, Fedra cresce costretta a imparare l’arte della sopravvivenza emotiva. Prima ancora di costruirsi uno spazio sociale, tenta disperatamente di costruirsi uno spazio affettivo, senza mai riuscirci davvero. In questo senso, il successo professionale non è soltanto una conquista, ma diviene una strategia di difesa. Fedra vuole diventare qualcuno agli occhi del mondo per non dover guardare in faccia i propri demoni e le sue mancanze interiori. Diventa abile nello sfruttare le debolezze altrui per raggiungere i suoi obiettivi.

“A lei bastava una sola notte, inghiottire la vita tutta in un boccone senza risparmiarsi in emozioni che elargiva come coriandoli a Carnevale, illudendo il belloccio di turno di essere il principe del suo regno, che al mattino si ritrovava con un “addio è stato bello”. Un sogno, per loro, che si infrangeva al sorgere del sole: la luce è incapace di mentire e così anche lei; al poveretto toccava raccogliere il proprio cuore graffiato, ruzzolato a terra, e andarsene, comprendendo che mai l’avrebbe più rivista. Senza rimorsi né rimpianti: a Fedra bastava quello, non riusciva a desiderare di più.” (cit.)

Uno degli elementi più riusciti del romanzo è il modo in cui Elisabetta Barbera lavora sul tema dell’identità. Fedra non sa chi è perché le è stata sottratta la possibilità di conoscere le sue radici. Il suo dono, la capacità di leggere le emozioni altrui, assume così un valore simbolico fortissimo. La ragazza sa decifrare gli altri, ma non riesce a leggere con chiarezza se stessa, percepisce i sentimenti altrui con naturalezza, ma resta analfabeta nei confronti dei propri.

“Fedra aveva un serio problema: nonostante i suoi sforzi e le infinite speranze, le era impossibile sentire e riconoscere le proprie, di emozioni. Puntualmente le scivolavano fra le mani come un’anguilla, liscia, acquosa, intrattenibile. L’universo di Fedra esisteva solo grazie alla percezione, e al sentire mentalmente il vissuto e le fantasie degli altri: rubando sensazioni e segreti alle persone con cui interagiva poteva finalmente vivere la sua vita, di riflesso.” (cit.)

Fedra è una donna che vive di riflessi, di appropriazioni emotive, di maschere.
L’ossessione per il quadro di uno sconosciuto pittore rappresenta una svolta narrativa di grande efficacia. Non si rivela soltanto un dettaglio suggestivo, ma il primo vero sintomo di una crepa più profonda. Quell’immagine sembra chiamarla da un luogo remoto, come se custodisse una verità sepolta, una parte della sua storia che chiede di essere conosciuta. L’arte diventa così un varco, un dispositivo di memoria, un segnale che qualcosa di irrisolto sta tornando a galla.

“Joele si presentò in jeans sdruciti e luridi di vernice, una t-shirt nera con diversi buchi e schizzi di colore, come si addiceva a un vero pittore. Era alto circa un metro e ottanta e così magro che i pantaloni sembravano essere appesi al suo corpo da un filo pronto a spezzarsi di colpo; teneva le mani in tasca e la schiena leggermente curva su quella magrezza che lo sosteneva a stento. I capelli biondo cenere erano lunghi fino alle spalle, completamente spettinati e trattenuti da una coda improvvisata da cui uscivano ciocche disordinate. Una macchia di pittura sulla fronte era l’unico colore forte su quel suo viso diafano dai lineamenti delicati di un bambino: i sognanti occhi celesti erano persi in un luogo irraggiungibile.” (cit.)

Quando entra in scena Joele, l’autore del quadro, il romanzo compie un salto ulteriore nella zona oscura dei legami affettivi. Il rapporto che nasce tra i due protagonisti non ha nulla di consolatorio, ma è instabile, ossessivo, attraversato da dipendenze reciproche e da un costante slittamento tra amore e autodistruzione. Joele non è un salvatore, ma un detonatore. Accanto a lui, Fedra è costretta a misurarsi con la propria inclinazione a confondere il bisogno con l’amore, la ferita con il desiderio.
Qui la trama mette in scena con lucidità le dinamiche tipiche delle relazioni tossiche: l’attrazione per ciò che ferisce, la difficoltà di spezzare un legame che distrugge, l’illusione che il dolore possa trasformarsi in redenzione. I colpi di scena che scandiscono la vicenda non sono mai gratuiti, ma segnano tappe di un percorso di discesa agli inferi che stanno alla base di ogni possibile risalita.

Molto convincente è anche il modo in cui l’autrice tratta i temi della discriminazione razziale e del bisogno di appartenenza. Non vengono mai affrontati in modo banale, ma sono sapientemente filtrati dall’esperienza individuale di Fedra, così da renderli parte integrante della sua crisi identitaria. Il pregiudizio esterno si intreccia con quello interiore, in un gioco di specchi che rafforza la coerenza psicologica del personaggio.

“Quando si trattava di Joele faceva sempre così, era più forte di lei: voleva credere a tutti i costi che fra loro potesse esplodere un amore magnifico. Le illusioni a volte colmano la mancanza di certezze e tappano i buchi della realtà, allontanando i presagi negativi che vogliamo evitare. Quanta amarezza ci sarebbe senza quei sogni che a volte prevalgono sulla ragione, come un mare in tempesta che non trova calma nei fondali e persevera nello sbattere contro gli scogli senza tregua, in preda al dolore!” (cit.)

La scrittura di Elisabetta Barbera è fluida, evocativa, capace di sostenere l’introspezione senza appesantirla. In molteplici passaggi la prosa riesce a trasformare il dolore in materia narrativa pura, senza indulgere nella retorica o nel compiacimento. L’autrice è molto abile ad alternare momenti di grande introspezione e passi più narrativi senza perdere intensità. Si percepisce una cura particolare per il ritmo e per il linguaggio emotivo che guida il lettore in un crescendo di tensione psicologica fino alle rivelazioni finali.

Quando la verità emerge, Troppo amata cambia definitivamente registro. Non siamo più davanti a una storia di ossessione amorosa, ma a una vera meditazione sulla possibilità di riscatto e rinascita.
La domanda che attraversa l’intero racconto è radicale: è davvero possibile liberarsi del passato o ne saremo condizionati finché non impariamo ad amarci?
Troppo amata è un romanzo esigente che non cerca facili consolazioni e non addolcisce le proprie ombre. È una storia di ferite, di identità spezzate, di desiderio di autenticità. Una lettura che coinvolge, seduce e inquieta, costringendo il lettore a guardare nelle zone più fragili dell’animo umano.

L’autrice

Elisabetta Barbera è nata a Correggio ma vive a Reggio Emilia.
Lavora nell’ambito del No Profit e crede fortemente nella mission della Onlus. Cresciuta fra moda e arte contemporanea, è un’appassionata di quadri, fotografia, lettura e scrittura fin da piccola.
Ha già pubblicato le raccolte poetiche Soffi d’Amore (2022), Scatti d’emozioni (2022), Tutti i fiori del mondo (2023) – 1º classificato alla XVII edizione del Premio Letterario Nazionale Giovane Holden e per il quale ha ricevuto un Encomio d’Onore al Premio internazionale d’eccellenza Sergio Camellini. Ad aprile 2024 è uscito il suo primo romanzo, Tre gocce di baci al giorno.

La scheda del libro

Autore: Elisabetta Barbera
Titolo: Troppo amata
Editore: Besa muci Editore
Pagine: 280
Data di pubblicazione: 4 dicembre 2025
Genere: Narrativa contemporanea

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