Messaggio giunto a destinazione, ricevuto forte e chiaro.
Stasera ha organizzato una cena per festeggiare il nostro terzo anniversario. Quasi non ricordavo cosa si provasse a ricevere un regalo inaspettato, una sorpresa. Un gesto semplice, ma capace di farti sentire ancora speciale.
Non sono stati anni facili, ma in ogni storia d’amore, del resto, trascorsi i primi mesi in cui si vive con la smania di stare insieme e ogni giorno è carico di aspettativa ed entusiasmo, inizia il lungo, tormentato percorso per costruire un rapporto stabile, un amore duraturo o, magari, anche il desiderio di creare una famiglia. Si comincia, così, a fare i conti con l’impegno che ci vuole per far convivere due personalità distinte, in un balletto di pregi e difetti che, in qualche modo, devono trovare un equilibrio il più possibile solido. Quanti inciampi si incontrano lungo questo percorso, quanti equivoci che, molto spesso, si trasformano in piccole o grandi guerre senza esclusione di colpi e che, ogni tanto, ci fanno temere che l’amore, per quanto grande, non basti a tenere unite due persone.
Ero emozionata come una bambina, stasera, orgogliosa per il traguardo raggiunto, per esserci davvero riusciti a trovarlo, quell’equilibrio, nonostante gli alti e i bassi da cui nessuna storia d’amore è immune. Per tutto il giorno avevo assaporato le emozioni che stavo provando, la percezione di essere, per certi versi, di fronte a un nuovo inizio.
Mi ero preparata con cura, avevo indossato il tubino nero che lui ama tanto ed ero quasi eccitata nel sentire i suoi occhi su di me, mentre stavamo uscendo di casa per andare al ristorante.
“Sei proprio sicura che dobbiamo uscire?”
Che succede? Ti è passato l’appetito?”. Mi ero voltata a guardarlo, sorridendo maliziosamente.
“No, sono molto affamato ed è proprio per questo che me ne resterei a casa”. Mi aveva risposto avvolgendomi alle spalle in un abbraccio e tirandomi verso di lui.
Mi ero sottratta alla presa mentre sistemavo l’orlo del vestito che, per la sua foga, aveva cominciato a salire lungo le cosce.
Vedremo se saprai resistere per un paio d’ore”. Lo avevo sfidato scherzosamente mentre chiudeva la porta di casa alle nostre spalle.
Il mio regalo era al sicuro, nella borsa, con l’intenzione di riuscire a cogliere il momento più adatto per darglielo. Desideravo fosse indimenticabile, unico e speciale.
La cena non ha deluso le mie aspettative, anzi. Mi sono sentita corteggiata come accadeva i primi mesi del nostro rapporto. I piccoli gesti, la tenerezza, le attenzioni e, soprattutto, la sua straordinaria capacità, con un semplice sguardo, di farmi sentire bella e desiderata. Durante tutta la sera, seduta al tavolo, mi sono specchiata nei suoi occhi e sono stata travolta dal suo modo di guardarmi.
Da quanto tempo non mi sentivo così?
Abbiamo riso tantissimo, ci siamo stuzzicati e provocati, giocando come due ragazzini innamorati. Ho sempre adorato la nostra complicità, credo sia stato il vero collante della nostra relazione e ritrovarla, così vivace, stasera, mi ha convinta che siamo proprio fatti per stare insieme, nonostante tutto.
Abbiamo trascorso tre ore seduti a quel tavolo, sebbene ci continuassimo a palesare il reciproco desiderio di tornare a casa al più presto per fare l’amore, travolti dalla forza della nostra passione.
Poi, come sempre, in un attimo, ho rovinato tutto.
Il suo silenzio, in auto, durante il viaggio di ritorno a casa, dentro la mia testa, rimbombava come un rumore assordante. Ero arrabbiata con me stessa per quella battuta infelice in risposta ad uno stupido complimento che mi ha fatto il cameriere. Io non sono una donna maliziosa, la mia ironia non voleva essere ammiccante o allusiva, ma avevo subito percepito che l’atmosfera a tavola era irrimediabilmente cambiata. Maledetta la mia lingua, non imparo proprio mai.
Ho trascorso il tempo del rientro rimuginando, pensando a cosa potevo inventarmi per recuperare la magia che stavamo vivendo fino a pochi istanti prima, speravo che, arrivati a casa, magari sfilando il vestito, avvicinandomi a lui, avrei potuto ricreare quell’intesa e quel clima intimo e complice che ci aveva accompagnati per tutta la serata. Volevo provarci con tutte le forze, sperando in un suo sguardo o in un suo gesto che mi facesse capire che l’equivoco era, ormai, acqua passata.
E il messaggio è arrivato. Forte e chiaro.
“Ti sei eccitata per le parole di quello stronzo, eh?”
Non smetteva di ripetermelo mentre, dopo avermi scaraventata a terra, mi stava trascinando in cucina tirandomi per i capelli.
Non accadeva da oltre due mesi e, non posso nasconderlo, mi ero illusa che non sarebbe accaduto più. Io mi ero impegnata tanto, ero stata attenta, avevo fatto del mio meglio per evitare le cose che, ormai so bene, lo infastidiscono o lo fanno arrabbiare.
Ero stata brava, fino a stasera.

Davanti allo specchio del bagno, nuda, guardo il mio viso e il mio corpo come un perito scrupoloso che deve stimare i danni dopo un brutto incidente.
Non potrò mai dimenticare la prima volta in cui, durante un litigio, mi sono ritrovata con il naso che sanguinava. Il fatto è che proprio non me lo aspettavo. Può capitare di discutere, di litigare, si può arrivare perfino a vomitare l’uno contro l’altra le peggiori cattiverie, ma fino a che non ti accade, ritieni che non si vada mai oltre la violenza verbale o, al massimo, ad un pugno, ben assestato, contro il muro. Quella sera, invece, la mia faccia era diventata quel muro ed il dolore lancinante al setto nasale, seguito dal calore del sangue che mi colava da entrambe le narici sono stati una sensazione che dubito di poter mai dimenticare.
Si era creata la prima, profonda, cicatrice nella mia anima innamorata.
La prima di una lunga serie.
Le sue scuse erano arrivate immediatamente. Aveva passato due intere giornate a chiedermi di perdonarlo, promettendomi che non sarebbe mai più accaduto. Io ero scossa e confusa e mi scoprivo a tremare non appena si avvicinava a me. Ho dovuto fare un enorme sforzo per razionalizzare l’accaduto e per comprendere che la sua gelosia, alla fin fine, era solo una palese manifestazione di interesse, significava che lui mi amava per davvero.
Da quel momento ho dovuto imparare a stare più attenta. Era geloso di me e dovevo farci i conti, evitare atteggiamenti che potessero ferirlo o farlo arrabbiare. Ho perso il conto delle notti in cui mi sono coricata con la borsa del ghiaccio sul viso.
Una volta ero colpevole per essermi lasciata scappare un sorriso leggendo un messaggio ricevuto sul cellulare.
Un’altra era stata colpa del mio modo di camminare, o magari, di un semplice sorriso rivolto ad un amico.
Poi le cause di lite sono aumentate. Qualche minuto di ritardo nel tornare dal lavoro o dalle commissioni fatte fuori casa, il rossetto ancora fresco quando rientravo, chiaro indizio, secondo lui, del fatto che lo avevo appena messo dopo averlo lasciato addosso a qualcuno.
“Ecco, prendi il mio telefono, guardalo, leggi tutto quello che vuoi”.
“Secondo te io sono uno stupido, vero? Chissà quanti cazzo di messaggi hai cancellato”.
“Mi spieghi per quale ragione starei con te se desidero altro? Ti pare normale?”
“Spiegamelo tu, visto che ti piace far la troia fuori casa”.
Il passaggio dagli insulti agli schiaffi era divenuto pressoché immediato ed ogni mia spiegazione o tentativo di dimostrargli che non avevo nulla da nascondere servivano solo ad aumentare la sua rabbia.
Mi guardo di nuovo allo specchio accompagnando il rapido scorrere di una lacrima che, solcandomi il volto, cade sul lavandino staccandosi dal mento. Mi rattrista rendermi conto di come, ormai, io sappia perfettamente quali prodotti usare e quali interventi siano necessari per evitare che la mia faccia si gonfi e che gli ematomi sulla pelle del corpo diventino di quel colore viola-nerastro cosi deturpante.
Piango come una bambina e nella confusione che mi riempie la testa non riesco nemmeno a capire il perché.
Piango per l’ingiustizia subita.
Piango perché la pancia e la testa mi fanno male.
Piango perché, forse, avrei potuto evitarlo, perché una serata che doveva essere speciale è finita in questo modo orrendo.
Piango perché non riesco ad avere la forza di ribellarmi e perché sto iniziando ad avere paura, tanta paura che tutto questo non cambierà mai, almeno fino al giorno in cui, da quel pavimento, non riuscirò più a rialzarmi.
Lui, nel frattempo, pare essersi calmato. Ho temuto che avrebbe abbattuto la porta del bagno, sarebbe entrato e, stavolta, mi avrebbe davvero ammazzata. Ora lo sento scusarsi ed implorare il mio perdono.
Tutto come da copione.
“Amore, amore mio, sono un coglione, lo so. Scusami.”
Silenzio.
“Perdonami, vita mia, apri la porta, lasciati abbracciare, ti prego”.
Silenzio
“Cazzo, lo so che ho sbagliato, amore! Aprimi, guardami negli occhi, non ti volevo fare male.”
Silenzio
“Amore, ti prego, ci sto di merda. Voglio solo chiederti scusa e tenerti tra le braccia.”
Prendo ampi respiri per capire se qualcuna delle mie costole sia tornata a rompersi.

La prima frattura rilevante è stata quella al polso sinistro. Lo aveva afferrato, durante una discussione animata e, quando mi ha girato il braccio dietro la schiena, abbiamo sentito il suono dell’osso che si incrinava. Io, per la verità, avevo sentito anche un dolore così forte da farmi urlare come un’ossessa. Avevo, in quel modo, ottenuto che lasciasse la presa all’istante. Lui girava per casa in preda al panico mentre io gemevo per il dolore. Dopo poco ero riuscita a tranquillizzarlo, doveva portarmi all’ospedale ed io avrei raccontato che, nel tentativo maldestro di pulire la cappa della cucina in piedi sul mobile, ero scivolata e rovinata a terra. I medici ci hanno creduto, io me la sono cavata con tre settimane di gesso ed un bonus di quasi due mesi senza nuovi lividi.
Quella è stata l’unica volta in cui mi sono fatta vedere da un dottore. Non si può certo andare al pronto soccorso una volta al mese spacciandolo per un incidente domestico. La frottola della caduta dalle scale, vista e rivista nei tanti film in televisione, di certo nessun medico se la beveva più. Ho imparato sulla mia pelle che le costole, pian piano, con un po’ di cautela ed attenzione, si sistemano da sole. L’ultima volta c’è voluto più di un mese prima che tornassi a respirare, ridere o tossire senza avere la percezione che qualcuno stesse spingendo una lama affilata dentro il mio costato. Il make-up, poi, svolgeva bene la sua funzione per nascondere i lividi che decoravano la pelle del mio viso. Quando i danni non erano troppo evidenti potevo indossare quella maschera colorata ed uscire di casa. Mi sono sempre chiesta se davvero le persone che incontravo non si accorgevano di niente. Nessuno ha mai tentato di farmi qualche domanda, di sondare il terreno. Ho sempre avuto il dubbio che, chi per un motivo, chi per un altro, in fondo, abbiano semplicemente preferito non immischiarsi.
Il mio zigomo si sta gonfiando, altro che make-up. Dovrò starmene chiusa in casa per almeno una settimana. Domani mattina chiamerò in ufficio e dovrò propinare la scusa dei soliti sintomi influenzali. Dovrò dire che preferisco usare una settimana delle ferie arretrate piuttosto che uscire di casa, fare la fila dal medico e far certificare la malattia. Non posso certo affrontare una visita fiscale con la faccia gonfia che mi ritrovo.
Lui resterà a casa per qualche giorno perché vorrà prendersi cura di me e coccolarmi, provando, così, a rimediare al suo ennesimo attacco d’ira sfuggito di mano. Dovrò provare e riprovare a fargli capire che la mia era soltanto una battuta innocente e che avevo ingenuamente sottovalutato la possibilità che le mie parole potessero essere fraintese. Mi prenderò la mia dose di colpa e torneremo al nostro normale equilibrio via via che il mio viso, a sua volta, riprenderà le normali sembianze.
Spero, spero davvero che questa sia stata l’ultima volta.
Continuo a immergere l’occhio destro sotto il getto dell’acqua fredda. Si sta pian piano chiudendo e credo che, a breve, non sarò più capace di guardare oltre la palpebra.
Lui ha ripreso a bussare insistentemente alla porta implorandomi di uscire e di parlare come due persone adulte e io mi chiedo se la nostra serata speciale possa ancora essere recuperata. Entro nella doccia, quasi sperando che l’acqua gelata che scorre sul corpo possa lavare via, per magia, queste ultime due interminabili ore. Poi sarò costretta ad aprire quella porta e scoprire la piega che prenderà il resto della notte.

Quanto incide l’amore sulla capacità di perdono?
Io ho pensato, fin da bambina, che l’amore vince su tutto e che, per amore, bisogna essere pronti a sacrificarsi e soffrire un pochino. Crescendo poi si diventa più realisti o, forse, semplicemente più coscienti che nella fiaba della vita reale anche i principi azzurri hanno i loro piccoli o grandi difetti. Un aspetto rilevante dell’amore è proprio la capacità di perdonare questi difetti. Quando il mio principe è arrivato, il mio sogno di bambina ha cominciato a diventare realtà. Ci siamo amati, da subito e quando i suoi lati oscuri hanno iniziato a manifestarsi ho pensato che, in nome dell’amore, dovevo farmene carico, imparare a sopportarli.
Almeno all’inizio. E provare, poi, pian piano, con impegno e dedizione a far si che alcuni suoi atteggiamenti, certamente sbagliati, divenissero sempre meno frequenti.
Mi rivesto, dopo essermi asciugata. Grazie al cielo non c’è sangue che scorre tra le mie cosce. Il calcio ricevuto in piena pancia mentre ero stesa per terra, stavolta, devo essere riuscita ad incassarlo bene. Ora devo aspettare che, tempo qualche giorno, il dolore si dissolva insieme al ricordo di questa ennesima serata storta.
Mi avvicino alla porta e tendo il mio orecchio. Credo che lui sia uscito di casa perché mi è parso di sentire la porta d’ingresso chiudersi. Deve sbollire. Al suo rientro, come in una lotteria, scoprirò che premio mi è stato riservato dalla sorte. Si affaccerà all’uscio a testa bassa portando in casa un vassoio di cornetti caldi, se avrà deciso di scusarsi, correndo al forno dietro l’angolo. Oppure tornerà dopo aver passato un’ora al pub, quando l’alcol avrà cancellato i suoi sensi di colpa e gli avrà dato la giusta carica per affrontare il secondo round dello scontro.
Apro la porta del bagno lentamente e raggiungo di soppiatto il salone. Un sospiro di sollievo accompagna la certezza che è davvero uscito. Raccolgo la borsa che giace a terra accanto alla porta d’ingresso e, aprendola, tiro fuori il piccolo sacchetto di raso rosso.
Il mio regalo per il nostro anniversario.
Ho fatto il test di gravidanza prima di andare al ristorante e, senza guardare l’esito, l’ho riposto nella sua scatola. Avevo immaginato che, durante la cena, glielo avrei consegnato e sarebbe stato lui a scoprire per primo se, dopo pochi mesi, non saremmo più stati soltanto in due. Io la risposta l’avrei letta nei suoi occhi, nella sua reazione. Come in un film avevo immaginato ripetutamente la scena, il suo sorriso emozionato e felice e il mio immediato abbandono ad un pianto liberatorio.
Mi è mancato quel sorriso e il mio pianto, purtroppo, è stato causato da tutt’altra ragione. Apro la scatola con le mani tremanti e il cuore quasi mi scoppia nel petto. Gli occhi gonfi e ricolmi di lacrime non mi permettono di vedere con chiarezza. Mi rendo conto che, in questo momento, sono terrorizzata all’idea di trovare due nitide righe rosse al centro di quel pezzetto di plastica.

Varco l’uscio del pronto soccorso correndo e urlando come una pazza. Mi aggrappo al camice del giovane medico uscito dal reparto per chiamare il nome del prossimo paziente sulla lista. “Aiutatemi, vi prego, ditemi che il mio bambino sta bene”.

Pensavo che piano piano il ricordo di quelle ore sarebbe tornato vivo nella mia mente, invece quel poco che conosco degli eventi mi è stato raccontato.
La mia auto è stata rimossa perché l’avevo abbandonata davanti al pronto soccorso ancora in moto e con la portiera aperta.
Sono stata dimessa in pochi giorni, dopo aver parlato con i medici, con le quattro infermiere che mi hanno coccolata e accudita, con due poliziotti e con la psicologa dell’ospedale. Non posso dire cosa io abbia detto o raccontato perché ogni ricordo è avvolto in una nebbia fittissima. Ricordo però che tutti non facevano che domandarmi “perché?”.
Perché avevo sopportato?
Perché non avevo denunciato?
Perché non me ne ero andata?
Perché avevo perdonato cose che non si possono perdonare?
Quelle domande, pian piano, sono diventate le stesse che ho iniziato a porre a me stessa.
Lo amavo, lo amavo più della mia stessa vita: è stato questo il mio errore? Mi sono illusa che sarebbe cambiato, che con il mio amore avrei potuto smussare quegli spigoli. Invece, quegli spigoli mi hanno colpita dritta in fronte, sulla pancia e sulla schiena tante e tante volte. Le mie lacrime, impotenti, hanno potuto solo rendere il sangue di un colore rosso meno vivo. Non so se il tempo cura le ferite, non so se certe ferite si possono rimarginare completamente, ma oggi posso tenere mio figlio stretto al petto e sono consapevole che valgo infinitamente più delle cicatrici che porto.

FINE

 

Anno del copyright: 2020
Nota del copyright: © 2020 di Claudio Sandrini. Tutti i diritti riservati.

 

Ringraziamenti

ad Emanuela Vezzoli
(@grammati.che su Instagram)
a cui devo l’idea di questo racconto arrivata partecipando ad uno dei “giochi di scrittura” settimanalmente organizzati nel suo profilo Instagram.

ad Emanuela Esposito Amato
(@emanuelaespositoamato su Instagram)
per gli importanti suggerimenti che mi ha dato e che hanno portato alla stesura definitiva del mio racconto.

 

Photo credits

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