Una serie irriverente, carica di umorismo nero e ricca di situazioni, talvolta surreali, che è stata per me una splendida scoperta. Due stagioni, 8 episodi di circa 20 minuti ciascuna che li rendono una sorta di doppio lungometraggio e che si presta perfettamente a due serate di maratona televisiva su Netflix.

Il Cast

Alex Lawther interpreta James
Jessica Barden interpreta Alyssa
Gemma Whelan interpreta Eunice
Wunmi Mosaku interpreta Teri
Steve Oram interpreta Phil
Christine Bottomley interpreta Gwen
Navin Chowdhry interpreta Tony
Barry Ward interpreta Leslie Foley
Earl Cave interpreta Frodo
Naomi Ackie interpreta Bonnie
Jonathan Aris interpreta Clive Koch

La trama

”Sono James, ho 17 anni e credo di essere psicopatico”.
Questo è il biglietto da visita con cui si presenta James – il protagonista della serie – che fin da bambino si diverte ad uccidere animali fino a convincersi di essere ormai pronto per assassinare un essere umano.

Durante un pranzo nella mensa scolastica James fa conoscenza con Alyssa, una ragazzina un po’ ribelle e determinata che si dimostra stranamente affascinata dal carattere chiuso e schivo del giovane. James decide che proprio Alyssa sarà la sua vittima. I due giovani condividono situazioni familiari non propriamente idilliache: James vive con il padre Phil dopo che la madre si è suicidata di fronte al figlio ancora bambino; Alyssa vive con la madre Gwen e con il suo secondo ricco marito, Tony, con il quale ha avuto altri due figli. La ragazza percepisce un interesse particolare nei suoi confronti da parte del nuovo marito della madre e desidera scappare per raggiungere suo padre Leslie che dopo il divorzio non ha più visto.

Alyssa convince James a scappare con lei per andare a cercare il padre e, nei piani del giovane, questa potrebbe diventare la perfetta occasione per realizzare il suo desiderio omicida. I due iniziano un viaggio che si rivelerà essere un susseguirsi di episodi inaspettati e drammatici e che li porterà ad essere ricercati dalla polizia ed inseguiti da due detective, Eunice Noon e Teri Donoghue fino all’epilogo nel finale di stagione.
Nella seconda stagione, provando a non anticipare troppo i contenuti, i due giovani si ritrovano a distanza di qualche tempo dalla loro avventura “on the road”: sono entrambi molto cambiati, ma nessuno dei due ha dimenticato ciò che avevano, per forza di cose condiviso. Alyssa sembra essersi rassegnata a rientrare nei ranghi ed a vivere una esistenza semplice, quasi normale, ma risulta evidente che niente riesce a sedare la sua perenne insoddisfazione e la sua irrequietezza che avevano trovato una sorta di equilibrio nella vicinanza con James. Sarà proprio lui a scuoterla da quel torpore, quando decide di andarla nuovamente a cercare.

La seconda stagione di The end of the f***ing world introduce il personaggio di Bonnie che scopriremo aver avuto una parte importante, anche se fuori dalla trama narrativa cui abbiamo assistito, negli eventi raccontati nel corso dei primi otto episodi della serie. Bonnie ha un conto in sospeso con Alyssa e James e per questo si mette sulle tracce dei due giovani.

La mia recensione

La serie è ispirata all’omonima graphic novel di Charles Forsman ed è magistralmente sviluppata dallo sceneggiatore Charlie Covel. Alyssa e James sono due giovani inquieti, segnati ciascuno da un violento trauma del passato e, nel corso di tutti gli episodi, manifestano tutta la loro profondità e ricchezza interiore, il loro desiderio di amare ed essere amati, nonostante la rabbia che si portano dentro, nonostante la vena di follia che pare ormai irrimediabilmente caratterizzarli.
I due attori, Alex Lawther e Jessica Barden, forniscono una grande prova di recitazione e riescono a caratterizzare con grande maestria i due personaggi sia nelle loro debolezze e fragilità, sia nei tratti più oscuri e quasi folli. In questo modo, tra scene talvolta drammaticamente crude, accompagnate e condite da sagace ironia, humor nero e situazioni a tratti grottesche, risultano certamente essere due personalità che generano sentimenti di grande empatia nello spettatore.

The end of the f***ing world è prima di tutto una storia d’amore tra due giovani che, determinati da profondi problemi psicologici ed esistenziali, trovano l’uno nell’altra la possibilità di crescere ed evolversi, di essere parte di un mondo per il quale, sulla carta, parrebbero del tutto inadeguati. Accanto a loro ruotano le figure degli adulti principali: i genitori che, pur amandoli profondamente, si rivelano poco capaci di comprendere i disagi dei loro figli e mostrano una sostanziale immaturità che risulta essere un quadro estremamente realistico della struttura umana degli adulti dei giorni nostri. Particolare spicco, nel corso della prima serie, assume il ruolo delle due detective dalle personalità diametralmente opposte, una delle quali arriva a comprendere davvero ciò che i ragazzi vivono ed a decidere di aiutarli per quanto le sia possibile.
La serie è sostenuta, dal punto di vista tecnico, dall’ottima regia di Jonathan Entwistle e Lucy Tcherniak, dalla fotografia e dalla colonna sonora che mantengono serrato il ritmo narrativo ed accompagnano i cambi repentini di location, suspence e travaglio interiore dei personaggi.

Il tema dell’amore tra i due giovani diventa trama portante della seconda stagione che, pur risultando, a mio giudizio, di minor impatto rispetto alla prima, si lascia guardare piacevolmente e continua a strappare risate e suscitare riflessioni, grazie anche al personaggio di Bonnie ed allo sviluppo della sua vicenda personale. Naomi Ackie interpreta molto bene la donna dalla personalità ferita e desiderosa di vendetta che pare essere prima di tutto un desiderio di personale rivalsa verso i traumi e le ingiustizie, talvolta estremamente violenti, subiti nel corso dell’adolescenza.
La seconda serie si concentra in questo modo sui traumi subiti dai protagonisti permettendoci di comprendere in maniera più completa le ragioni che li hanno portati ad essere ciò che sono oggi.

The End of the F***ing World è stata una piacevolissima sorpresa: la prima stagione è, a mio parere, pura genialità sia nella trama, sia nei tratti dissacranti e cinici dei due protagonisti. Una storia di adolescenti, come quelle che vanno tanto di moda in questi anni che però non è in alcun modo frivola e superficiale, ma che anzi dipinge in modo profondo, talvolta anche un poco estremo, i tratti ed i travagli dell’adolescenza. The End of the F*ing World è un racconto coinvolgente che mi ha portato a vedere ciascuna delle due stagioni tutte d’un fiato e che è riuscito ad essere estremamente piacevole e divertente pur stimolando pensieri e riflessioni nel raccontare una storia d’amore e di crescita personale certamente atipiche, ma molto molto incisive e realistiche.

 

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